p.p.a.

PPA è l’acronimo di Periferia Polivalente Autogestita ed è il modo migliore per spiegare chi siamo e il percorso che abbiamo iniziato a partire dal maggio 2012. Il 15 maggio del 2012, in seguito a un corteo contro Equitalia lanciato da Occupy Pisa, i “campini” della Fontina vengono occupati.

Un’occupazione per liberare uno spazio tenuto “in gabbia” e negato alla città da oltre dieci anni di sigilli e divieti di accesso.
Dopo aver disinfestato e riqualificato l’area che rappresentava una vera e propria bomba ecologica,  la decisione è stata semplice: restituire ai “campini” la loro funzione originaria, quella di impianto sportivo. Comincia così Il nostro percorso. PPA che inizialmente significava Periferia Polivalente Autogestita con il tempo, le assemblea, la crescita di partecipazione e di attività  ha assunto nuovi  significati, non meno calzanti del precedente:

P come Periferia, Palestra, Parco.

P come Polivalente, Popolare e Pubblico

A come Autogestita

Palestra. Nel modo in cui intendiamo noi lo sport: un mezzo attraverso il quale crescere insieme e darsi degli obiettivi senza rimanere schiacciati da traguardi di natura agonistica, senza mai perdere il piacere di farlo. Uno sport libero da privatizzazioni e in cui non esistono impedimenti economici, uno sport che sia per tutte e per tutti. Un’attività, per come la immaginiamo, e per come la viviamo, che attraverso la condivisione di alcuni presupposti fondamentali, rappresenti un punto di congiunzione tra le persone.

Periferia. Perché i campini della Fontina sono uno di quei “non luoghi” dimenticati dalle amministrazioni troppo impegnate a tirare a lustro il centro storico, vetrina per turisti e visitatori di passaggio. Dalla periferia abbiamo deciso di partire, proprio perché è in periferia che assistiamo quotidianamente alla sottrazione di risorse e spazi pubblici. L’amministrazione vorrebbe una periferia a gettoni, piena di spazi privati, senza considerare che la periferia di qualcuno è il nostro centro, e in quanto tale rivendichiamo il diritto di attraversarlo e di esserne parte. Abbiamo assecondato l’esigenza di attraversare gli spazi della città senza cedere alle direttive di amministrazioni mosse da meri interessi speculativi e abbiamo rifiutato le logiche del profitto che ci vorrebbero spettatori di un impianto urbanistico escludente.

Parco. È il nostro punto di arrivo, quello che ci piacerebbe fosse la PPA, in continuità rispetto ai principi illustrati. Un parco pubblico per lo sport, che preveda la possibilità di praticare attività fisica e di coltivare un progetto culturale e politico libero da precetti lucrativi e di condividere insieme il mantenimento del luogo.

Polivalente. Il percorso che abbiamo costruito è stato arricchito da una pluralità di voci: abbiamo cercato di costruire uno spazio in cui i residenti dei quartieri limitrofi, gli studenti e chiunque fosse interessato e condividesse i principi dell’autogestione potesse non solo prendere parte al percorso sportivo e culturale, ma anche esserne promotore attivo.

Popolare. Il termine che meglio riassume i nostri intenti: promuovere lo sport popolare e attraverso di esso una pratica politica chiaramente antifascista, antisessista e antirazzista
Abbiamo scelto di farlo attraverso lo sport, nella messa in gioco di noi stessi in una dinamica collettiva che non lascia nessuno indietro. Per questo parlare solo di sport sarebbe riduttivo, l’attività fisica rappresenta un canale per mettere in pratica un percorso collettivo in cui “non c’è sconfitta nel cuore di chi lotta”.

Autogestita. L’unico modo per condividere davvero la gestione di uno spazio e sentirlo proprio è quello di autogestirlo, senza delegare a terzi gli oneri che comporta prendersene cura e migliorarlo. Per questo la A sta per autogestione: ognuno arricchisce con i propri mezzi lo spazio e le attività della palestra, ognuno, con il proprio supporto la fa crescere e la rende più viva. All’interno della PPA vi sono ragazzi e ragazze che giocano a basket, cricket, pallavolo, calcio e tennis, portano i cani a correre, vanno a bere un caffè al bar, puliscono i bagni e tagliano l’erba nello spazio verde. Nessuno ha l’obbligo di farlo, tutte e tutti lo fanno perché lo sentono proprio e collettivo.